Negli anni Trenta (del secolo scorso), ai tempi belli di Nizza
e di Morbelli
L'epopea de "I quattro moschettieri"
Tutto quello che esiste nel mondo multimediale è stato
inventato allora. Agli albori della radiofonia italiana c'erano pochi modelli a
cui ispirarsi. La storia di una rivista radiofonica, di una campagna
pubblicitaria e di una follia nazionale entrate nella leggenda.

di Enrico Morbelli
Erano le 13 di giovedì 18 ottobre 1934. Più
o meno settant'anni fa. Doveva essere una trasmissione dell'EIAR per
ragazzi trasmessa da Radio Torino nel giorno di vacanza infrasettimanale
di quasi tutte le scuole elementari del Regno (quelle dove c'era il
ritorno pomeridiano). Angelo Nizza e Riccardo Morbelli erano reduci dal
loro fortunato debutto radiofonico con le disneyane Avventure di Topolino
e avevano in cantiere un feuilleton in stile salgariano, Il corsaro
azzurro. Nulla lasciava presagire una passione da parte del pubblico
adulto, se non il fatto che i due autori, teatralmente svezzati da
numerosi spettacoli goliardici e da alcuni vaudeville in piemontese,
avevano la penna rivistaiola. E invece di una rilettura allegra de I tre
moschettieri di Alessandro Dumas padre, scivolarono sin dalla prima
puntata nella parodia.
Nacquero I quattro moschettieri (di "Dumas nipoti", come Nizza
& Morbelli si autodefinirono) in cui il gesuitico Aramis si era
trasformato in un gagà con la erre moscia interpretato da un non sospetto
Nunzio Filogamo, sùbito idolatrato da giovani italiane e massaie rurali.
Poi c'era Riccardo Massucci, regista e Arlecchino (italico personaggio
inserito nella storia per l'amore che i due autori portavano al teatro
veneziano), il maestro Egidio Storaci (inventore dei famosi
"squillaci" d'apertura che anni dopo reinventò, girando la
frase musicale, per la sigla del TG1) e tanti altri.
Fu un trionfo assolutamente inaspettato che, oltre agli sponsor Perugina e
Buitoni (allora si diceva "ditta reclamizzata", ma poi réclame
cadde in disgrazia), trascinò il mezzo. Mike Bongiorno ama dire:
"Nizza e Morbelli sono stati per la radio quello che io, con Lascia e
raddoppia?, sono stato per la tivvù". Ha ragione: se per vedere
Paola Bolognani o il controfagotto s'invadevano i caffè o si riduceva a
teatrino il salotto buono, vent'anni prima per accontentare i
"grandi" I quattro moschettieri furono spostati dal giovedì
alla domenica, l'inizio delle partite scivolò di mezz'ora e gli abbonati
alle radioaudizioni salirono vertiginosamente puntando al primo milione.
Un milione di famiglie che non bisognava assolutamente disturbare nell'ora
del pasto domenicale. È storia: il principe di Piemonte fece dire a Sua
Maestà che era occupato e che lo avrebbe richiamato lui più tardi.
Poi scoppiò la figuromania. Nulla di nuovo sotto il sole: la Liebig era
più famosa per i suoi artistici cartoncini che per i dadi da cucina, e
nel 1932 la stessa Perugina aveva abbinato ai suoi prodotti le figurine di
Italo Balbo e della "crociera del decennale". Ma questa volta la
raccolta era spinta dal tormentone radiofonico dei due giovani autori (64
puntate, l'ultima delle quali - Ringuainiamo le spade - in onda il 28
marzo del 1937, quando Morbelli aveva appena compiuto trent'anni… e oggi
avrebbe festeggiato i cento!) e non era fine a se stessa: con cento
figurine sfuse dava diritto a ricevere uno dei due libri (prima I quattro
moschettieri, poi Due anni dopo) che, nero su bianco (e il pittore
Bioletto anche a colori) immortalavano le radioavventure.
Poi, sulle figurine, s'innestò la speculazione e qualcuno ci fece anche i
quattrini: gli scambisti che si acquattavano fuori delle scuole; gli
incettatori dell'introvabile Feroce Saladino (che invece in Sardegna era
trovabilissimo); gli accaparratori (250 albi davano diritto a una
Topolino, ma acquistando le figurine nelle "borse", l'auto
veniva a costare la metà del prezzo di listino. Il fotografo teatrale
Gastone Bosio di albi ne completò 750, e alla fine ci guadagnò una
Topolino e mille lire).
La concorrenza si scatenò. Poteva durare? Il
governo fu costretto a vietare i concorsi con figurine nei prodotti, e a
nulla valsero le petizioni al Duce di Giovanni Buitoni, deus ex machina
della campagna pubblicitaria e podestà di Perugia. La terza serie di
trasmissioni (e il terzo libro: un poema alla Torquato Tasso intitolato Il
feroce Saladino) rimase nel cassetto. I primi lampi della seconda guerra
mondiale fecero il resto.
Ma il risultato promozionale, incredibile per quei tempi, fu egualmente
raggiunto. Oggi che le campagne vengono programmate con il computer, è
impossibile ottenere costi-contatto così bassi. Quella dei Moschettieri
fu la prima grande campagna multimediale, resa tanto più efficace dal
fatto che tra autori e sponsor (così come si è tornato a fare grazie
alle tivvù commerciali) c'era un filo diretto tollerato dalla Sipra. E,
su tutto, una serie di primati ancora imbattuti: I quattro moschettieri
furono la prima rivista radiofonica italiana a puntate; la prima a
diventare libro; la prima a essere collegata al merchandising (dal "Radiosacchetto"
al "Gioco dell'oca dei moschettieri"); la prima ad avere una
riduzione discografica (I moschettieri in Russia della Durium, con la voce
di Filogamo ma con tutti gli altri attori diversi, perché quelli
"originari" erano sotto contratto con l'EIAR, e quindi con la
sua consociata Cetra); la prima ad avere una riduzione cinematografica
(una produzione Microfilm realizzata da Campogalliani con 3.873 marionette
del teatro milanese dei fratelli Colla); la prima, e l'unica, a far
piovere con un pallone aerostatico i suoi protagonisti sulla Fiera di
Milano (nel 1935). Una serie di idee e iniziative difficilmente
riproponibili: tant'è che di successi così non se ne sono più avuti.
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